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La chiesa di San Salvatore

Le origini della piccola chiesa si perdono nella notte dei tempi. Allorché l'imperatore Gioviano fece chiudere i templi pagani e Teodosio I, rese obbligatorio il culto cristiano nella città di Milano, parecchi patrizi gentili, tenaci della religione dei loro padri e dell'antico impero, si rifugiarono nei villaggi lombardi della Insubria per sacrificare agli antichi dei impunemente, edificando perciò sacelli, delubri e rifugi.
Fra questi fuoriusciti, un certo Novelliano Pandaro, venne a stabilirsi verso il 381 nel pago di Barzanova, dove, per adempiere ad un voto, eresse un delubro dedicato a Giove Summano. Questo delubro consisteva in origine in un corpo fabbrica quadrato di solidissime mura con finestrelle rettangolari a guisa di feritoie. In virtù della robusta costruzione, l'edificio poté resistere all'urto del tempo e delle vicende. Verso il 700 fu restaurato e ridotto a chiesa cristiana.
Dalla forma delle colonne e dei capitelli e dalla struttura in cui è inserita la porta, si può pensare che l'edificio, come appare oggi, possa risalire ad epoca longobarda, quando fu costruito il castello, poi distrutto nel 1220. Questa deduzione potrebbe spiegare anche il fatto che prima la chiesa, che sorgeva in cima al piccolo colle, ora si trovi su un fianco dell'altura che potrebbe essersi formata dall'accumulo delle macerie del castello distrutto.
Nel corso dei secoli, l'edificio religioso ha subito alcuni ampliamenti e restauri: rifacimenti dei soffitti e ricostruzione del campanile (1611) per ordine del cardinale Federico Borromeo, sulle rovine del vecchio caduto nel 1550.
All'interno sono rimasti i resti del battistero ottagonale con la vasca ad immersione costruita in marmi rossi. Una cupola, ora andata perduta, sostenuta da otto colonnette in marmo bianco, copriva il battistero al quale si accedeva scendendo alcuni gradini.
Nel secolo scorso la chiesa fu sottoposta a radicale restauro, che portò alla scoperta dell'ampliamento ottenuto con l'aggiunta della parte anteriore. Sulla facciata della piccola chiesa, sopra il portoncino d'ingresso, era ancora parzialmente visibile un affresco della Madonna con due angeli adoranti; il dipinto era decorato da una ghirlanda di melograni e viti, esempio della simbologia cristiana. Nella chiave del portale su una lapide bianca si legge un misterioso nome: "Qui fecit hoc opus appellatur Serin Petrus" ("colui che fece quest'opera si chiama Serin Petrus".

La chiesa parrocchiale

Il primo sicuro accenno di una chiesa dedicata a San Vito in Barzanò resta tuttora quello del "Liber Notitiae" della fine del secolo XIII.
Finché la Canonica col suo fonte battesimale si mantenne in efficienza, la vita religiosa di Barzanò si svolse presso la chiesa di S. Salvatore, e sul suo sagrato si seppellivano i morti. Col successivo disgregarsi della Canonica la cura delle anime venne a poco a poco esercitandosi presso la chiesa di S. Vito, chiesa vicana comunitaria, che nel 1398 si trova già dotata di un discreto beneficio con un proprio sacerdote cappellano, popolarmente eletto. E' col padre gesuita Leronetto Clavone, mandato dal Cardinale Carlo Borromeo nel 1567, che si ha la prima descrizione della chiesa: era situata fuori dall'abitato, aveva una sola navata, misurava 15 braccia in lunghezza ed altrettante in larghezza; conteneva tre altari sotto le rispettive cappelle a volta ed elevate da terra mediante un gradino; l'altare maggiore, con predella, aveva un tabernacolo in legno dipinto. Le altre due cappelle minori avevano l'altare ma senza paramenti; il restante della chiesa non aveva né volta né soffitto, ma era coperta solo di tegole e con pavimento in disordine. La casa parrocchiale si addossava alla chiesa verso mezzodì e ad essa si accedeva per una porta che comunicava altresì con il campanile.
La chiesa fu ampliata verso la fine del Seicento e ancora tra il 1700 e l'800. Nel 1821, durante i restauri alla cappella della Beata Vergine del Rosario, venne scoperta un'ara romana dedicata a Giove Summano.
Nel 1833-34, su disegno dell'architetto Biagio Magistretti, si iniziarono i lavori di allargamento a tre navate, e prolungamento a levante con altare, coro e sacrestia a mezzodì. L'interno con le cappelle venne ulteriormente rimaneggiato, così come la casa parrocchiale.
Durante i lavori, sotto la chiesa vennero trovati diversi sepolcreti e dove si aprì la terza navata, venne rinvenuto il fondamento di un vecchio campanile con i resti di due piccole navate di precedenti cappelle. Inoltre furono trovate antiche muraglie sugli avanzi di altre ancora più antiche e muri di straordinaria grossezza appoggiati sopra colonne.
Dopo questo ampliamento, dell'antica chiesa non rimase che una piccola parte, senonché il lento ma continuo sviluppo del paese indusse, cento anni dopo, il parroco ad eseguire un altro ampliamento col trasformare la chiesa alla forma di croce latina, prolungandola verso levante a ridosso della collina, su disegno dell'architetto bergamasco Giovanni Barboglio. La facciata della chiesa, semplice e disadorna, è forse rimasta come l'aveva descritta per la prima volta padre Leonetto nel 1567 e continua tuttora a rimanere tale nella sua antica bellezza.

Luciano Manara
La tomba del patriota e soldato Luciano Manara si trova a lato della provinciale che va verso Lecco. Sopra il bassorilievo che ritrae il giovane patriota (24 anni) sta una figura di donna velata che raffigura la madre (o forse la Patria) che piange il prode scomparso.
La costruzione in pietra grigia e bianca è edificata in stile romanico classico all'interno di un piccolo parco di cipressi ormai secolari. Nella cappella, altre al monumento al giovane patriota, trovano posto sui due lati alla base del muro, dieci lapidi in marmo bianco uguali tra loro, alcune portano i nomi delle sorelle di Luciano, Virginia in Manati e Deidamia, altre della moglie Carmelita Fè e dei tre figli dell'eroe.
L'epigrafe sul monumento recita:
« Luciano Manara, duce di inclita legione di prodi, dava il sangue per la patria rivendicando contro lo scherno straniero l'onore delle armi italiane. La madre degna d'invidia e di pietà le care ossa depose in questo monumento su cui sta scritto un nome, vanto e gloria d'Italia. Morì pugnando a Roma il 30 giugno 1849 col sorriso degli eroi sulle labbra, esempio ai posteri imperituro. »

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